-
Biofach China 2010 (Specializzata Bio)
Shanghai, dal: 27/05/2010 al: 29/05/2010
-
Biofach China 2011 (Specializzata Bio)
Shanghai, dal: 26/05/2011 al: 28/05/2011
Secondo "The Greening of China's Food: Green Food, Organic Food, and Eco-labelling", un documento presentato alla Conferenza 2008 sul Consumo sostenibile e la produzione agroalimentare alternativa, il 28% della Sau cinese (qualcosa come 34 milioni di ettari) è destinato alle produzioni ecologiche, una definizione che comprende sia il biologico certificato che le categorie specificamente cinesi dei prodotti “green” (introdotti negli anni ’90) e “hazard free” (introdotti nel 2001).
Anche se il settore produttivo biologico tende a svilupparsi prevalentemente in province periferiche, lontane da fonti d’inquinamento industriale e dove i “moderni” mezzi agrochimici non sono disponibili, nelle aree più urbanizzate e industriali meridionali nei pressi di Hong Kong, sulla costa del Guangdong e nella valle dello Yangtze, l'inquinamento del terreno è un problema riconosciuto, tant’è che la produzione alimentare cinese non conta su un’ottima immagine nemmeno sul mercato domestico: il governo valuta che ogni anno intossicazioni alimentari colpiscano fino a 40.000 persone.
Questo aspetto può essere uno dei maggiori punti di forza potenziali del mercato biologico: la salute è diventata una questione di significativa importanza, e proteggere i bambini diventa fondamentale in un Paese che ha adottato la politica di “una famiglia/un bambino” (una politica però, a quanto sembra, in via di ripensamento), mentre un punto di debolezza può essere la percezione del biologico come “idea straniera”, non necessariamente collegata alle proprie specifiche preoccupazioni di sicurezza alimentare.
Particolare la situazione del consumo a Hong Kong. I cittadini dell’isola (che conta su una speciale autonomia) hanno redditi relativamente più alti, una maggior consapevolezza delle problematiche connesse alla salute e la disponibilità a pagare un premium price per alimenti sicuri (non a caso il ministero statunitense dell'agricoltura ha identificato Hong Kong come un mercato potenziale per l’export dei prodotti biologici Usa).
Tra i consumatori di questa regione è diffuso l’allarme per l’abuso dei fertilizzanti (la Cina consuma il 30% dei concimi azotati del mondo pur disponendo solo del 10% della Sau) e dei fitofarmaci.
La seconda edizione di BioFach Cina (il fatto che la previdente Fiera di Norimberga abbia in qualche maniera marcato il territorio cinese è indicativo), tenutasi a Shanghai nel maggio 2008, ha avuto oltre 9.100 visitatori professionali.
Per Barbara Böck, che di Biofach è una dei portavoce, la normativa del CNOPS fornisce fondamenta corrette per lo sviluppo del mercato interno, con la previsione di una crescita annuale del settore a due cifre per i prossimi anni.
La Cina ha la necessità di aumentare il suo consumo domestico di beni e servizi per poter realizzare uno sviluppo economico equilibrato. È quindi ragionevole prevedere che lo sviluppo dei mercati “verde” e biologico possano essere utili dal punto di vista economico e ambientale; è anche probabile che i prodotti “verdi” possano essere il primo passo per una diffusione del più avanzato mercato biologico.
Non si trattava di prodotti biologici, ma nel gennaio 2008 polpette di carne esportate dalla provincia di Hebei verso il Giappone e contaminate con il methamidophos (un antiparassitario organo fosforico particolarmente tossico) hanno causato nausea e vertigini a 175 consumatori, inducendo i supermercati giapponesi a ritirare cautelativamente temporaneamente tutti i prodotti cinesi a base di carne dagli scaffali. Le autorità cinesi hanno avanzato l’ipotesi che si trattasse di sabotaggio, ma non sono riuscite con ciò a contenere il deterioramento dell’immagine dei propri prodotti alimentari (alcuni consumatori occidentali – e con loro qualche operatore- si domandano se il terreno e l'aria cinesi non siano troppo inquinati per poter essere destinati a una vera produzione biologica).
Da parecchi anni la Cina esprime l'impegno a migliorare le prestazioni ambientali e quelle del suo settore primario, ma sta ancora esplorando le modalità per adempiere a queste promesse.
Va detto che sull’argomento non manca la retorica: Pechino coglie ogni opportunità per migliorare il profilo delle produzioni in chiave export.
Alce Nero è presente già da dieci anni sul mercato giapponese e proprio per favorire l'export verso i mercati emergenti dell’estremo Oriente ha avviato negli anni scorsi la joint venture Alce Nero Asia con i soci Denis Freres a Shenzhen, città nella provincia di Guangdong, nella Cina continentale meridionale confinante con Hong Kong.
La relativa complessità dell’accesso al mercato è compensata dalle sue enormi dimensioni potenziali. Manca qualsiasi dato attendibile sull’entità dei consumi domestici, ma riuscire a vendere a un decimo dei 1.338.612.968 cinesi un prodotto biologico con il margine di 1 centesimo di euro per pezzo significa pur sempre un business da 1.338.613 euro…
Sul piano nazionale gli esperimenti di certificazione interessano i prodotti “green”, la cui certificazione indica che i prodotti chimici utilizzati sono stati controllati rigorosamente e che l'alimento è garantito come sicuro (inizialmente la denominazione era "pollution free”, che però implicava che gli alimenti standard potevano essere inquinati ed è stato quindi reso meno accusatorio; la certificazione “hazard free”, invece, si concentra sul controllo dell'uso illegale agrochimici agricoli tossici e sulla violazione dei limiti massimi di residui).
Per cogliere adeguatamente le promesse del mercato biologico globale che emergevano, la State Environmental Protection Administration (SEPA) ha istituito un’agenzia per stabilire gli standard per l’export, che nel 1994 è diventata l’Organic Food Development Center (OFDC), che ha iniziato a certificare i prodotti.
Nel 2002 è stata fondata un’altra agenzia, la Certification and Accreditation Administration of China (CNCA), che nel 2005 ha stabilito gli standard biologici nazionali (CNOPS), ora coperti da una specifica legge, a evitare ogni confusione con le altre categorie di produzione genericamente considerate eco-compatibili. Lo standard CNOPS si basa sugli standard Ifoam e sulle normative europea, statunitensi e giapponesi, in un sincretismo che da un lato è pregevole, dall’altro complica la vita, in quanto richiede la verifica della conformità di aziende e prodotti a un ennesimo standard.
Dal 2005 tutti i prodotti venduti come biologici (o in conversione) sul mercato cinese, sia di produzione nazionale che d’importazione, devono essere certificati conformi allo standard cinese ed esibire in etichetta il logo nazionale biologico con il nome dell’organismo di controllo.
L’accreditamento da parte delle autorità cinesi non è particolarmente agevole (e neppure il riconoscimento come ispettore: gli esami sono esclusivamente in lingua cinese), quasi che la Cina intendesse rivalersi di quelle che, al tempo dei primi contatti con gli importatori europei e statunitensi , devono essere sembrate ai suoi operatori delle astruse complessità burocratiche.
Primo marchio italiano ad aver ottenuto la certificazione biologica cinese, Alce Nero sta mettendo sul mercato miele, pasta, passate e sughi di pomodoro e olio extra vergine di oliva con la certificazione dell’ente cinese CQC - Certification Quality Centre.
Alla fine del 2007 il CNCA sovraintendeva l’attività di una trentina di agenzie e organismi di controllo (le aziende agricole scelgono l’organismo di controllo in funzione del suo gradimento da parte dei mercati target, mentre, come già detto, la certificazione accreditata CNCA è assolutamente necessaria per il mercato domestico, anche per i prodotti europei, statunitensi o giapponesi pur certificati all’origine).
Per tranquillizzare le nostre aziende va segnalato che più di un organismo italiano di controllo ha stipulato accordi di cooperazione con partner cinesi accreditati CNCA: la certificazione in seconda battuta non è pertanto particolarmente complessa.